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Una "Murciana presumida": l'intervista di Diara a Marta Peñalver Ramòn

 06/11/2018 Letto 233 volte

Categoria:    Femminile
Autore:    Ufficio Stampa
Società:    VARIE





Marta Peñalver Ramòn, giocatrice del Futsal Florentia, si racconta in una lunga intervista a Franco Diara.

Ciao Marta, come stai? Come ti trovi in Italia?
"Bene, l’Italia mi è sempre piaciuta. Grazie al calcio a 5 sto conoscendo posti molto diversi l’uno dall’altro, dal mare della Sardegna fino ad arrivare alle montagne toscane. Dopo due anni posso dire che mi sono ambientata".  

È vero che i tuoi genitori ti hanno fatto scegliere uno sport perché litigavi sempre e per farti sfogare? Dal momento che avevi un carattere molto vivace, ti hanno detto "Vai"?
"In realtà i miei genitori sempre hanno voluto che i miei fratelli e io praticassimo uno sport. Quello era una cosa innegoziabile, ma a me andava benissimo. Da quando ho 5 anni non mi sono mai fermata".

Come mai hai scelto la maglia numero 7? C'è un motivo?
"Certo che c’è. Il colpevole è il signor Raul González Blanco, per me il miglior di tutti, un gran riferimento come calciatore e sportivo".

Quando eri nel Roldan, hai dichiarato che ti sei adattata ad ogni tipo di ruolo. Non pensi che nel futbòl sala sia una condizione ottimale, a differenza dell’Italia?
"L’ho sempre fatto, nel Roldán, al Cagliari, in Nazionale e adesso nel Florentia. Se la squadra ha bisogno di Marta in una determinata posizione, Marta farà del suo meglio per riuscirci. Mi piace essere polivalente e prendere questi casi come occasione per continuare a crescere".  

Sei stata convocata nella nazionale spagnola per il Campionato Mondiale Universitario di Antequera e per il Mondiale in Guatemala 2015: come sono stati questi due momenti per la tua crescita professionale?
"Andare in Nazionale, tanto universitaria come assoluta, è stato un plus aggiunto alla mia carriera. Ho avuto la fortuna di imparare da uno dei migliori allenatori (se non il migliore), Venancio Lopez: grazie a lui, allo staff e alle compagne ho potuto accrescere il mio bagaglio calcistico, che al giorno d’oggi è fondamentale".

Poi sei arrivata in Italia con il Futsal Femminile Cagliari: 2 campionati in Sardegna dopo 11 con la Roldàn. Questo è amore?
"Amore e amore di quelli grandi. È già da 14 anni che la mia vita gira intorno a questo sport e per il momento non mi vedo in strade diverse."  

Quando eri a Cagliari hai dichiarato: “Abbiamo una buona squadra, un mister preparato e una valida società, non ci manca nulla per fare davvero bene". Sei rimasta 6 anni, poi cosa è successo?
"Penso che nello sport ci siano dei cicli, dopo due anni a Cagliari era arrivato il momento di cercare altre motivazioni".

Considerando la tua esperienza internazionale e in Spagna, cosa manca all’Italia per arrivare e competere con Portogallo, Brasile e la stessa Spagna?
"Le manca fare lo stesso percorso che hanno fatto le altre nazionali. Allenamenti, lavoro, sbagli, più allenamenti, più partite, più rodaggio. È normale, è un sport che in Italia è nato da poco. Tra qualche anno la nazionale sarà pronta per giocarsela con le altre".

Parliamo di Teslem, una bambina, fragile e bisognosa, che, con il progetto “Vacaciones en paz”, vi ha permesso di incrociare i vostri destini. Questo è un impegno forte: cosa ti ha dato questa esperienza da un punto di vista umano? La consiglieresti ad altri?
"Ti confesso che se dovessi descrivere Teslem con un aggettivo non userei mai “fragile”. Certo, è una bambina e vive in un posto quantomeno ostile, ma ti dico che non è come la maggior parte dei bambini d’Italia o della Spagna: loro non possono essere fragili, non è quello che imparano. Lei e i suoi compagni sono bambini forti, coraggiosi, che sorridono molto più di noi, che si divertono con niente, che sono capaci di comunicare senza avere bisogno di niente di tecnologico. Lei con i suoi 11 anni, è molto più in gamba di tante persone, ha una forza e un coraggio in tutto quello che fa ed è questo che fa riflettere. Con lei sono state tre le estati vissute, ognuna diversa dall’altra: ogni anno è stata lei quella che ci ha insegnato tanto, penso che tutti dovrebbero regalarsi un’esperienza come questa, non tanto per loro quanto per loro stessi".  

Sei credente o credi al “fado”?
"Sì, sono credente, credente nelle persone buone, quelle che aiutano gli altri, che se possono danno una mano".

In questo tuo percorso, il rapporto umano e professionale è importante. Cosa ti dà più fastidio e cosa vorresti migliorare?
"La cosa che non fa per me è l'ipocrisia, la non sincerità e il mettere sempre la buona faccia: se non ti vado bene, vai tranquilla che sicuramente sarà reciproco. Io lo faccio notare, si va avanti così".

Il movimento femminile è in forte ascesa: secondo te manca ancora qualcosa o va bene così?
"Qui in Italia mancano molte cose. Deve migliorare la serietà delle società e la considerazione da parte della federazione a noi giocatrici. Una volta sistemati questi due “dettagli”, si deve fare un lavoro organizzato e responsabile da parte degli allenatori e delle giocatrici".

Quali consigli ti senti di dare alle giovani che vogliono praticare questa disciplina e aspirano ad arrivare dove sei arrivata tu?
"Che giochino per divertirsi, che lo facciano per imparare e diventare migliori, che abbiamo degli obiettivi ma che non si ossessionino: i risultati arriveranno".

Sei sensibile, passionale? Come sei di carattere?
"Sensibile e passionale non sono due aggettivi per me. Sono una persona tranquilla, ma, se penso e credo in una cosa, la porta fino in fondo. Qualcuno la chiama testardaggine, può essere. A livello sportivo sono molto esigente, con la gente che ho intorno a me e con me stessa, per prima. Qualcuno pensa che ho due personalità, una nello sport e una fuori: io lo vedo divertente".

Cosa pensi e cosa fai prima di una partita molto importante? Hai un tuo modo di concentrarti? Hai un oggetto portafortuna?
"Mi piace visualizzare cose che possono accadere in partita, è un modo di concentrarmi, così come mi piace uscire sempre nello stesso modo dal riscaldamento (mai con le calze da gioco) e un paio di cose in più che tengo per me".

Si diventa o si nasce giocatrici di talento?
"Per la maggior parte lo si diventa. Io credo nel lavoro e mi piace la gente che si impegna per arrivare ad esserlo, nascere così è troppo semplice, no?".

Nel tuo modo di praticare il futsal ad alti livelli, dignità e orgoglio fanno parte del tuo percorso: che posto occupano nella tua vita professionale? Si può farne a meno qualche volta?
"Dignità e orgoglio sono due cose che dobbiamo avere sempre, credo siano qualità importanti per una giocatrice".

Cosa si fa nel caso in cui non ti trovi d’accordo con il tuo allenatore? Ti è capitato?
"Certo, mi capita sempre e penso che sia normale. Quando succede, si parla".

Tra di voi giocatrici, c’è competizione?
"Sì, esiste: è una cosa buona, che ci fa migliorare e alzare il livello della squadra".

Puoi suggerire una giocatrice di talento di tua conoscenza straniera e una italiana?
"Come straniera direi la mia compatriota Amparo, mi é sempre piaciuta molto. Di italiane, invece, posso dire, a livello tecnico mi piace Sara Boutimah. Per la presenza in campo e il timing di gioco sceglierei D’Incecco, infine a livello di grinta De Angelis".

La tua valutazione da 1 a 10 sul tasso tecnico in Italia.
"Il mio numero, 7".

In quasi tutti i campionati mondiale, la finale è Brasile-Spagna: perché, secondo te, accade questo? Quali le differenze tecniche, se ci sono, a tuo avviso?
"Ovviamente in Brasile danno più importanza all'aspetto tecnico, sicuramente il loro lavoro è più specifico in questo senso. Noi, in Spagna, lavoriamo tanto sull'aspetto tattico, cosa che penso facciamo abbastanza bene, ma forse dovremmo lavorare ancora di più tecnicamente".

Chi vorresti ricordare e ringraziare per la tua popolarità come calciatrice?
"Questo spazio penso che debba essere lasciato ai miei genitori, sicuramente sono le persone che più di tutte mi hanno dato per poter essere quello che sono oggi".

Fai un bilancio della tua vita professionale: hai preso di più o hai dato di più?
"Senza dubbio ho preso tutto quello che ho potuto da chi aveva da insegnarmi. Anno dopo anno ho preso sempre più consapevolezza di me e delle mie potenzialità, ma insieme a questo, e anche per questo, ho dato tanto. Ho dato tutta me stessa, tutte le mie energie e la mia professionalità: conosco solo un modo di vivere lo sport e l'agonismo, lavorando!"

Vedremo mai Marta fare la “lambreta” in qualche partita?
"Per il momento non lo so, è più probabile vedermi fare altri gesti tecnici. Sono più tradizionale".

Che programma di vita hai?
"Al momento non ho piani, qualcosina arriverà".

Quale futuro sarebbe ideale per te, Italia o Spagna?
"Per il momento sto qui. Domani chi lo sa, forse alle Maldive".


Franco Diara




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